A luglio 2026 il tasso variabile è tornato a battere il fisso sul piano della rata mensile: su 120.000 euro in 20 anni si risparmiano 32 euro al mese (653 contro 685), con un vantaggio complessivo di 7.680 euro sulla durata del finanziamento. Il sorpasso arriva mentre l’Euribor a 1 anno è sceso sotto la soglia psicologica del 3% — fixing del 30 luglio a 2,958% — e mentre i mercati prezzano un rialzo BCE di 25 punti base nella riunione del 10 settembre. Chi deve accendere un mutuo ad agosto si trova davanti a un bivio che mescola convenienza immediata e rischio tasso: conviene il risparmio di oggi o la protezione per il domani?
Quanto pesa il rialzo BCE di giugno sui nuovi mutui
L’11 giugno 2026 il Consiglio direttivo della BCE ha aumentato di 25 punti base i tre tassi di riferimento. Dal 17 giugno il tasso sui depositi è salito al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%. La decisione è stata una risposta diretta alle pressioni inflazionistiche provocate dalla guerra in Medio Oriente, con i prezzi dell’energia che a luglio sono aumentati del 10% su base annua (contro l’8,5% di giugno).
Per chi sottoscrive un mutuo oggi, l’effetto non è immediato ma si trasmette attraverso due canali: l’Euribor, che muove le rate dei variabili già in essere e determina il costo dei nuovi, e l’IRS, che fissa il prezzo dei mutui a tasso fisso. La scelta tra fisso e variabile si gioca proprio sul differenziale tra questi due indici.
Fisso o variabile: il calcolo della differenza
Il vantaggio attuale del variabile è misurabile. Su un finanziamento da 120.000 euro in 20 anni, la rata mensile del variabile è di 653 euro contro i 685 euro del fisso. Il risparmio mensile di 32 euro si traduce in 7.680 euro in meno sull’intera durata del piano di ammortamento, ipotizzando — ed è qui il punto — che l’Euribor resti stabile o scenda.
I numeri sui tassi fissi offerti dalle banche italiane ad agosto 2026 confermano una forbice ancora contenuta:
- Credem propone il tasso fisso più competitivo: TAN 3,04% su 30 anni, con rata mensile di 423,76 euro per 100.000 euro
- Banco BPM segue con un TAN del 3,20%, che porta la rata a 432,47 euro per lo stesso importo e durata
Sul fronte del variabile, l’Euribor a 1 anno — indice di riferimento per la stragrande maggioranza dei mutui a tasso indicizzato in Italia — ha chiuso il 30 luglio a 2,958%, dopo essere sceso il 29 luglio a 2,941% e addirittura a 2,943% il 28 luglio. La discesa sotto il 3% è recente e fragile: basta un trimestre per azzerare il vantaggio accumulato.
Perché il 94% delle richieste va ancora sul fisso
Nonostante il variabile costi meno, a luglio 2026 il 94% delle domande di mutuo si è concentrato sul tasso fisso, in aumento rispetto al 91,4% di giugno. È il dato più alto da mesi e racconta una preferenza che non dipende solo dal prezzo.
Il motivo ha una data: 10 settembre 2026, quando il Consiglio direttivo della BCE si riunirà con un’inflazione dell’Eurozona salita al 2,9% a luglio (dal 2,8% di giugno) e un’inflazione di fondo al 2,5%. I mercati attribuiscono probabilità crescenti a un aumento di 0,25 punti percentuali, che porterebbe il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. Un rialzo che si trasmetterebbe direttamente sull’Euribor e quindi sulle rate dei mutui variabili, ridisegnando la convenienza tra le due opzioni.
Il differenziale tra IRS a 10 anni ed Euribor a 1 anno si è allargato a 26 punti base il 29 luglio, con l’IRS che ha toccato il 3,2%. Questo spread è il prezzo che le banche fanno pagare per la certezza del tasso fisso: 26 centesimi di punto che comprano la protezione da futuri rialzi. In un contesto di inflazione energetica al 10% e servizi al 3,3%, è un premio che la maggioranza dei mutuatari è disposta a pagare pur di non correre rischi sulla rata.
Il nodo della surroga: bloccare il risparmio senza rischi
Per chi ha già un mutuo a tasso variabile acceso prima del ciclo di rialzi BCE, agosto 2026 offre una finestra di surroga verso il fisso con costi di ingresso ancora contenuti. Il TAN del 3,04% di Credem su 30 anni è il riferimento da confrontare con il proprio tasso in essere: se lo spread applicato dalla banca è superiore a 1-1,2 punti sull’Euribor attuale, il fisso conviene anche a rata leggermente più alta, perché cristallizza il costo del denaro prima di un possibile nuovo rialzo a settembre.
Il variabile puro resta un’opzione solo per chi ha margini di reddito sufficienti ad assorbire aumenti di rata fino a 50-60 euro mensili — lo scenario che si materializzerebbe con un Euribor in risalita sopra il 3,2-3,3% — e per durate residue inferiori ai 10 anni, dove l’esposizione al rischio tasso è limitata nel tempo. Per tutti gli altri, la scelta si riduce a un calcolo semplice: quanto ci si può permettere di scommettere sul futuro dei tassi.
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